Le 120 giornate di Sodoma porta questa domanda all'estremo, costruendo una delle opere più radicali e controverse della letteratura europea.
Scritta nel 1785 durante la prigionia di Marchese de Sade nella Bastiglia, l'opera racconta la reclusione di quattro uomini potenti e ricchi che si ritirano in un castello isolato insieme a un gruppo di giovani vittime e a diverse figure incaricate di alimentare le loro fantasie.
La struttura del libro è rigorosamente organizzata: 120 giornate, durante le quali vengono narrate e catalogate progressivamente diverse forme di trasgressione. Dietro questa costruzione apparentemente sistematica emerge una riflessione estrema sul rapporto tra potere, desiderio, violenza, libertà e morale.
Non è una lettura destinata a tutti: l'opera contiene descrizioni sessuali estremamente esplicite e scene di violenza e crudeltà. Il suo interesse storico e letterario risiede anche nel modo radicale con cui de Sade mette alla prova i limiti della rappresentazione e della morale.
Donatien-Alphonse-François de Sade (1740–1814), noto come Marchese de Sade, fu uno scrittore e pensatore francese. Nato a Parigi in una famiglia aristocratica, condusse una vita segnata da scandali, controversie giudiziarie e lunghi periodi di detenzione. La sua produzione letteraria comprende romanzi, racconti, opere teatrali e testi filosofici nei quali affrontò in maniera radicale temi come la sessualità, la libertà, la religione, la morale e il rapporto tra individuo e società. Tra le sue opere più note figurano Justine o le disavventure della virtù, Le 120 giornate di Sodoma e La filosofia nel boudoir. Trascorse complessivamente molti anni in prigione e morì nel 1814 nell'ospizio di Charenton, vicino a Parigi.