Molto prima che gli dei greci prendessero posto sull'Olimpo, i popoli del grande nord gelato veneravano una dea così complessa, così contraddittoria e così sorprendentemente umana nelle sue passioni che gli studiosi hanno trascorso secoli cercando di comprenderla pienamente. Si chiamava Freyja, e non assomigliava in nulla a quello che ci si potrebbe aspettare da una dea dell'amore.
Era bella, sì. Possedeva il Brísingamen, una collana di una fattura così straordinaria che aveva trascorso quattro notti con i nani che l'avevano forgiata per poterla possedere, e la indossava senza alcuna scusa. Ma presiedeva anche il Fólkvangr, il suo campo dei guerrieri caduti in battaglia, dove accoglieva la metà di tutti i guerrieri che morivano nel combattimento, più anche di quanti ne reclamasse Odino per il Valhalla. Praticava il Seiðr, la forma più potente e socialmente pericolosa della magia norrena, ed era lei che l'aveva insegnato a Odino stesso. Volava tra i mondi con un mantello di piume di falco. Guidava un carro trainato da gatti. Percorreva il mondo in cerca del marito scomparso, piangendo lacrime d'oro che si trasformavano in ambra dove toccavano il mare.
Questo libro segue Freyja dalle sue origini come dea Vana fino alla sua affermazione come la più celebrata figura divina femminile del mondo norreno. Esamina i grandi miti in cui appare, esplora i suoi attributi divini, risale all'etimologia del venerdì fino al suo nome e segue il suo lascito dal mondo norreno precristiano fino all'Ásatrú contemporaneo, alla cultura popolare e alla spiritualità femminista.