C'è una porta che Omero aprì e non richiuse mai.
Nell'undicesimo libro dell'Odissea, l'ombra cieca di Tiresia affida a Odisseo un ultimo compito: dopo la vendetta sui Proci dovrà partire ancora, un remo ben piallato sulla spalla, e camminare nell'entroterra finché incontrerà genti che non conoscono il mare né il sale — genti che scambieranno il remo per un ventilabro. Lì dovrà piantarlo in terra, sacrificare a Poseidone e poi tornare a casa, dove lo attendono una vecchiaia luminosa e una morte mite, che salirà dal mare.
Omero seminò la profezia e non la raccolse mai.
Odissea II — Il canto del remo comincia esattamente lì: nella cucitura.
In ventiquattro rapsodie in versi — come i canti dei poemi omerici — questa continuazione fa la scommessa più semplice e meno frequentata: prendere Omero alla lettera. Altri, nei secoli, lessero nel remo una condanna all'irrequietudine, l'eroe che non sa fermarsi. Qui Odisseo parte perché deve, paga fino all'ultima voce del conto — e torna. Perché la vera impresa, scoprirà, non è l'orizzonte: è il ritorno definitivo. Restare. Invecchiare. Diventare, finalmente, inutile.
Sotto i suoi passi si sgretola il mondo degli eroi: i palazzi bruciano uno a uno, i predoni dalle prue a becco d'uccello risalgono le coste, i profughi portano in spalla le porte delle case perdute. Ma il viaggio del remo attraversa un'altra geografia: quella dei traghettatori che parlano sei parole l'anno, delle levatrici che contano i vivi nell'ordine in cui arrivano, delle vecchie che tengono un lume alla finestra da trent'anni. I custodi delle strade aperte, che i canti dei re dimenticano — e che questo canto, invece, registra a uno a uno.
E quando l'uomo tornerà, lo aspetteranno le prove che nessun aedo ha mai cantato: una pace da pagare di tasca propria, una guerra da vincere senza lasciare canzoni, l'arte di non essere più necessario — e una creditrice paziente, al telaio, che ha messo all'incasso un titolo a scadenza: una nebbia mite che un giorno salirà dal porto, per la strada grande, e busserà piano.
Sulla tomba che il protagonista si costruisce da vivo stanno incise quattro parole. Sono il suo epitaffio e le istruzioni di lettura dell'intero poema:
TORNÒ. PAGÒ. DORME. FA' PIANO.
Un poema epico originale in endecasillabi sciolti, in quattro parti, con in appendice l'indice dei personaggi e la mappa dei luoghi. Per chi ha amato l'Odissea e si è sempre chiesto che cosa accadde dopo l'ultimo verso.