Non è un risveglio, è un ritorno alla condanna.
Il primo pensiero non è un progetto, è un peso: un altro giorno da riempire, un’altra recita da mettere in scena per un pubblico che non esiste.
Ti alzi e senti le membra pesanti, come se il sangue fosse diventato piombo. Ti guardi allo specchio e non vedi un volto, vedi un involucro. Un guscio vuoto che cammina, mangia e parla, mentre dentro tutto tace. È quella densa oscurità che non fa rumore, ma divora ogni scintilla. Cerchi un senso tra i gesti quotidiani — il caffè, il lavoro, i saluti — ma sembrano tutti scarabocchi su un foglio già strappato.
C’è chi dice che la vita sia un dono, ma per chi nasce sotto il segno dell’ombra, la vita è solo una sala d’attesa troppo illuminata. Non c’è gioia, non c’è dolore acuto; c’è solo questa nebbia gelida, questo sentirsi superflui in un mondo che corre frenetico verso il nulla. Siamo i testimoni muti della nostra stessa assenza. Non aspettiamo il domani, aspettiamo solo che il sipario cali definitivamente, per smettere finalmente di fingere di essere vivi.
Alcuni, semplicemente danno un nome a tutto questo; depressione.
Io, invece, l'ho trovata e so come si chiama:
Darkstigma.
Su, svegliati, è tempo di combattere.